una mosca e un asino nel Tristram Shandy

di Laurence Sterne
(1713-1768)

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la mosca di zio Tobia

«Va’», disse mentre era a tavola a una grossa mosca che gli aveva ronzato sul naso e lo aveva crudelmente tormentato per tutto il pranzo, quando, dopo infiniti tentativi, finalmente riuscì ad acchiapparla al volo. «Non voglio farti del male», disse mio zio Tobia, alzandosi e attraversando tutta la stanza con la bestiola fra le dita, «non ti torcerò un capello.» E frattanto apre la finestra e allarga le dita per renderle la libertà: «Va’, poveraccia. Perché dovrei farti del male? Il mondo è certamente largo abbastanza per contenere tanto te che me».
Io avevo appena dieci anni quando questo avvenne. […] Una cosa so, che quella lezione di benevolenza verso tutte le creature, datami dallo zio Tobia, mi restò impressa per sempre nella mente.

Laurence Sterne Tristram Shandy vol. I. cap 12
(Traduzione di Antonio Meo per Oscar Mondadori 1974)

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l’asino di Slawkenbergius

[…] fui fermato sul cancello.
Fermato, proprio così, da un povero asino, che aveva appena imboccato l’ingresso con un paio di grosse ceste sulla groppa, di quelle usate per raccogliere le rape e le foglie di cavolo della questua. Stava dubbioso, le zampe anteriori al di qua della soglia e le posteriori verso la via, quasi non fosse sicuro se entrare o no.
Ora, l’asino è una bestia che io, per quanto fretta abbia, non mi sento di battere: è tale la paziente rassegnazione alle sofferenze che egli porta scritta in così chiare lettere sulla fronte ed in tutto il suo portamento, e con tanto calore essa perora per lui che ne resto sempre disarmato; a tal punto, che non mi sento nemmeno di rivolgergli delle parole dure: al contrario, ovunque lo incontri, in città o in campagna, legato a un carro o sotto il basto, in libertà o in pastoie, ho sempre qualche parola gentile da dirgli. E siccome una parola tira l’altra, se lui ha tanto poco da fare quanto me, generalmente mi fermo a discorrere con lui. E di sicuro la mia immaginazione non è mai così fervida come nel trarre il senso dei suoi responsi dalle linee della sua faccia; e, se questo non mi porta molto in profondità, essa vola dal mio cuore al suo per accertare quali pensieri sorgono spontanei in un asino, come in un uomo, in una simile occasione. In verità l’asino è la sola creatura, tra tutti gli esseri inferiori a me, con cui io mi senta di conversare: perché con i pappagalli, cornacchie e simili non scambio mai una parola; e nemmeno con le scimmie, ecc., per una ragione che è quasi la stessa, giacché, se queste agiscono meccanicamente, gli altri parlano meccanicamente, e mi lasciano muto allo stesso modo. Il mio cane e il mio gatto, per esempio, sebbene io li apprezzi tutt’e due (e quanto al mio cane, parlerebbe se potesse) pure mancano in qualche modo, sia l’uno sia l’altro, del dono della conversazione. Un discorso con loro, come le conversazioni tra mia madre e mio padre quando questi teneva i suoi letti di giustizia, non va oltre l’affermazione, risposta e controrisposta; scambiate le quali, il dialogo cessa e non se ne fa più nulla.
Ma, con un asino, io posso restare in comunicazione senza fine.
«Vieni, Onestà!» dissi, vedendo che non v’era modo di passare tra lui e il cancello: «vuoi entrare o uscire?»
L’asino torse il collo per dare uno sguardo alla strada.
«Bene», risposi io, «attenderemo per un momento il tuo conducente.»
L’asino girò la testa pensoso e guardò con occhi ansiosi nella direzione opposta.
«Ti capisco perfettamente», risposi io. «Se fai un passo falso in questa faccenda, ti picchierà a morte. Bene! Un minuto non è che un minuto, e se basta a risparmiare una bastonatura a un nostro simile, non mi sarà conteggiato come speso male.»
Mentre io gli facevo questo discorso, egli brucava il gambo di un carciofo e, in quel piccolo aspro contrasto naturale tra la fame e l’ingrato sapore del carciofo, se l’era lasciato cadere di bocca e poi ripreso una mezza dozzina di volte.
«Che il Signore ti aiuti, Jack!», dissi io, «ci fai un’amara colazione, come se non bastassero i molti giorni di amara fatica, e gli amari colpi che, temo, ti prendi per mercede. La vita, quale ne sia il sapore per gli altri, è tutta amarezza per te. Ed ora, se si sapesse la verità, la tua bocca è amara, penso, come la fuliggine – (la bestia aveva buttato via il carciofo) – e tu, forse, non hai, in questo vasto mondo, un solo amico che ti dia un mostacciolo.»
Detto questo, ne trassi uno da un cartoccio appena comprato e glie lo diedi: ed ora che lo racconto, mi rimorde il cuore che il gesto abbia avuto più l’aria di uno scherzo, mosso più dalla curiosità di vedere come un asino avrebbe mangiato un mostacciolo, che non da benevolenza.
Quando l’asino ebbe mangiato il mostacciolo, lo sollecitai ad entrare. La povera bestia era carica; le gambe sembravano tremargli sotto il peso: arretrò un po’ e, mentre io lo tiravo, la cavezza mi si ruppe in mano. L’asino mi guardò in faccia pensieroso; sembrava che dicesse: «Non servirtene per battermi; ma, se vuoi, fai pure».
«Se lo faccio», dissi, «che io sia dann…»
La parola fu pronunciata solo a metà, come quella della badessa delle Andouillettes, perché una persona, entrando proprio in quel momento, lasciò cadere una bastonata sulla groppa della povera bestia, e così troncò i complimenti.

Laurence Sterne Tristram Shandy vol. VII, cap. 32
(Traduzione di Antonio Meo per Oscar Mondadori 1974)

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