n. 1/2012 Animal Studies. Rivista italiana di antispecismo

n. 1/2012 Animal Studies. Rivista italiana di antispecismo.

postille

di Pasquale Cacchio

p. 64
Bravo Pullia: Nietzsche come precursore dell’antispecismo.
L’unico filosofo che ha colpito la superbia umana riportandola all’animalità.
Il ‘superuomo’ è un animale, qualunque ne sia l’interpretazione
(ma Uebermensch non vuol dire “oltre l’uomo”?)
Il solo titolo di uno dei suoi primi libri (Umano, troppo umano) è eclatante. Se non ci credete, leggete bene qui: https://pasquale75321.wordpress.com/citazioni/nietzsche/

pp. 74-91
Arianna Ferrari smaschera il sedicente ‘antispecismo’
del transumanismo di Adriano Mannino
e degli autori a cui fa riferimento
(mi sporcherei la bocca al solo nominarli).

pp. 49-58
Intervista a John Sanbonmatsu, un uomo da conoscere.

pp. 22-33
Ammirevole ermeneutica di Enrico Giannetto sui testi sacri.
Troppo facile dargli del panteista.
La natura come persona.
Affascinante l’idea di uno Spirito Santo femmina, rispetto all’insignificante eludibile raggio di luce, problematico anche per i pittori che hanno provato a disegnarlo.
Illuminante il riscoprire da parte di Heidegger il valore della fusis dei cosiddetti presocratici.
Viene da pensare che in nuce fossero antispecisti.
Rileggerò la sua Introduzione alla metafisica.

p. 9
“Politiche della natura in cui il genitivo sarebbe finalmente soggettivo.” Marco Maurizi nell’editoriale.
Se l’uomo continua a considerarsi estraneo alla natura e “a ridurla a cosa” (Giannetto p. 22) e non come “parte” (ib. p. 26), ogni sua politica, fosse pure quella che realizza il sogno della pace universale, del benessere per tutti, del progresso illimitato della tecnologia, sarà aberrante nei confronti di quella della fusis, che alla fine si scrollerà di dosso i termitai. Si dimentica troppo spesso che le specie viventi non hanno una durata superiore ai 20-30 milioni di anni. Alcune si sono estinte molto prima.

p. 12
La filosofia occidentale ancora troppo provinciale. Ci aveva provato Schopenhauer a uscire dai confini. Ma vi è rimasto solo lui.
Žižek prova a ricordarcelo.

p. 13
Rivedere il concetto di animalità, “è il campo intero ad essere falso”. Sempre Žižek.

p. 15
Se la neurobiologia dimostra che anche i nostri amori, odi, sentimenti, per non parlar di logica e matematica, non sono che processi chimici, la parità uomo-animale è compiuta: l’Homme-Machine di La Mettrie è uguale all’animale-macchina di Cartesio.
Bravo Žižek.

pp. 15-6
Lo sbigottimento del gatto e quello degli uomini colorati di rosso al passaggio di un aereo.
Amara conclusione di Žižek, la mostruosità dell’uomo come “distorsione anamorfica della natura”, come una rosa blu insomma.

p. 29
“Non c’è possibile dimostrazione scientifica o filosofica dell’essere persona degli altri: è solo un atto di fede […]” (Giannetto). Anche il mio gatto è un persona…, tardi, ahimè, me ne sono accorto.
Se riusciamo a smantellare concetti specisti come persona, coscienza, istinto, intelligenza, spirito, natura come altro, ecc., cambierà il nostro rapporto con le cose, e cioè con noi stessi. Torniamo in polvere perché siamo polvere, così avevano già capito i sapienti biblici e i presocratici quando l’uomo non era al di là della fusis.

p. 31
Cenni storici di Giannetto sulla concezione deterministica e meccanicistica della scienza e sul metodo sperimentale.
L’obiettività della scienza? Un pretesto per rimuovere sentimenti forti. L’obiettività è diventata freddezza. Uno scienziato anche sensibile è una contraddizione.

pp. 32-33
Giannetto nutre speranze: “dai laboratori scientifici […] la Natura riemerge prepotentemente dal seppellimento ideologico del meccanicismo, come un filo d’erba ritrova la luce spuntando dall’asfalto e dal cemento […]. La nuova concezione dinamica, energetica del campo, olistica e non separabile della Natura che emerge nel Novecento dalla fisica del caos, dell’isteresi, dell’elettromagnetismo, della relatività e dei quanti […] è invece, all’opposto del meccanicismo, una nuova forma della percezione arcaica della Natura come un organismo vivente e animato, come una grande madre divina.”
Una via per superare la presunta inconciliabilità tra scienze umanistiche e scientifiche?

“Percezione arcaica della Natura”
Lo scherno per le quasi estinte religioni animiste anche sui cartogrammi degli atlanti, designate da simboletti la cui didascalia usa disinvoltamente termini come “primitivo”, “paleolitico”, “ancora…”, e cioè non ancora raggiunte dalla cravatta.
Quelle religioni, se non erano ‘antispeciste’, erano ben lontane dal considerare la propria umanità separata dall’animalità e, comunque, “percepivano” il loro essere ‘uomo’ come parte consustanziale della Natura. Peccato che gli antropologi non hanno più il tempo di catalogare le parole con cui designavano se stessi.

p. 39
Nell’aberrazione totale non appare aberrante difendere l’enhancement
“in nome della protezione animale”. (Arianna Ferrari)

p. 41
“la necessità di una completa inversione di rotta nell’odierno sviluppo scientifico mon può più essere ignorata.” (Arianna Ferrari)

p. 44
Nell’aberrazione totale del pensiero capitalista Adriano Mannino ha una sconfinata fiducia nella tecnologia, capace di “un cambiamento graduale della nostra natura, cioè delle predisposizioni biopsicologiche umane”. Quella stessa tecnologia che ha prodotto la Bomba e quella monnezza che l’Oceano non si sa fino a quando tollererà di ricevere.
E un cambiamento radicale della nostra natura a quale scopo? All’eliminazione del dolore e alla procrastinazione della morte. Come se questo fosse l’unico scopo della nostra vita.
Altro che Pico, qui si proclama l’onnipotenza dell’uomo, quella di eliminare il dolore del mondo, dagli eucarioti ai nummuliti, dai trilobiti agli archeopterix, dai mammut ai primati.
Che fregatura nascere prima della comparsa del redentore.


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