citazioni

 

Michel de Montaigne

La presunzione è la nostra malattia naturale e originaria. […] È per la vanità di questa stessa immaginazione che egli [l’uomo] si uguaglia a Dio, che si attribuisce le prerogative divine, che trasceglie e separa se stesso dalla folla delle altre creature, fa le parti agli animali suoi fratelli e compagni, e distribuisce loro quella porzione di facoltà e di forze che gli piace. Come può egli conoscere, con la forza della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Da quale confronto fra essi e noi deduce quella bestialità che attribuisce loro?

L’ho copiata qui:

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Ferdinando Boero

Le meduse sono gli animali più perfetti tra quelli attualmente viventi. Le prime tracce fossili di meduse risalgono a 600 milioni di anni fa. Gli altri animali cominciano a lasciare tracce 500 milioni di anni fa. I fossili più antichi di meduse sono molto simili alle specie di oggi. Una struttura che sia passata indenne attraverso 600 milioni di anni di selezione naturale non può essere definita in altro modo che perfetta! In altre parole, se dio ha fatto l’essere più perfetto a sua immagine e somiglianza, allora dio è una medusa!

http://www.codiceedizioni.it/ferdinando-boero-dio-e-una-medusa/

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P. K. Feyerabend

Uno spirito umanitario è subito pronto a maltrattare gli animali al fine di trovare rimedi terapeutici per se stesso, mentre una persona che rispetti tutto il regno della natura nega che l’uomo abbia il diritto di sottomettere le altre specie ai suoi capricci, anche qualora ciò vada a suo detrimento.

da Dialogo sul metodo, Laterza, Roma-Bari 1989, p. 40

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Blaise Pascal (1623-1662)

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Non potendo fare in modo che ciò che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che ciò che è forte fosse giusto.

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Guy Debord (1931-1994)
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Sottoprodotto della circolazione delle merci, la circolazione umana considerata come un consumo, il turismo, si riduce fondamentalmente alla facoltà di andare a vedere ciò che è diventato banale.

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Elisée Reclus (1830-1905)
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a Federica Staky Garau e a Skondo Wiki de Skrondi, per merito dei quali ho conosciuto un così tale sconosiuto autore

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La storia di un ruscello, anche di quello che nasce e si perde fra il muschio, è la storia dell’infinito

http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idaut=29&idlib=187

Presa in senso assoluto, la parola «progresso» non significa
niente, perché il mondo è infinito e, nell’immensità senza confini,
si resta sempre ugualmente lontani dal principio e dalla fine.
Poiché il movimento della società deve scomporsi nei movimenti
degli individui che la costituiscono, quale progresso reale
può determinarsi per ognuno di questi esseri, la cui curva com-
plessiva si esaurisce in alcuni anni, dalla nascita alla morte? Che
progresso è quello di una scintilla che scaturisce da un ciottolo e
subito si spegne nell’aria fredda?

* Questo brano corrisponde integralmente all’ultimo capitolo («Le Progrès»)di L’Homme et la Terre, vol. VI, pp. 501-541. È una delle trattazioni più ampie della concezione reclusiana della natura umana, dello sviluppo storico e dei valori sociali [Nota del Traduttore].
http://www.eleuthera.it/files/materiali/Reclus_Natura_e_societa.pdf p. 139-140

La natura selvaggia è così bella! È dunque necessario che
l’uomo, impadronendosene, proceda geometricamente allo
sfruttamento di ogni nuovo terreno conquistato e segni la presa
di possesso con costruzioni volgari e con confini di proprietà
tracciati a filo? Se così fosse, gli armoniosi contrasti che sono
una delle bellezze della Terra, farebbero presto spazio a una
desolante uniformità, perché la società, che aumenta ogni anno
di almeno una decina di milioni di uomini e dispone, grazie alla
scienza e all’industria, di una forza che cresce in proporzioni
prodigiose, procede rapidamente alla conquista di tutta la superficie terrestre. È vicino il giorno in cui non resterà più una sola regione dei continenti che non sia stata visitata dal pioniere civilizzato; presto o tardi il lavoro verrà esercitato su tutti i punti del globo.

http://www.eleuthera.it/files/materiali/Reclus_Natura_e_societa.pdf
p. 174

Là dove il suolo è stato deturpato,
là dove ogni poesia è scomparsa dal paesaggio, ivi si è
estinta l’immaginazione, la mente s’è impoverita e la routine e il
servilismo si sono impadroniti dell’anima inducendola al torpore
e alla morte. Tra le principali cause della decadenza di tante
civiltà successive, bisognerebbe mettere al primo posto la brutale
violenza con cui gran parte delle nazioni hanno trattato la
Terra nutrice. Hanno abbattuto le foreste, hanno fatto inaridire
le sorgenti e straripare i fiumi, hanno inquinato il clima, hanno
circondato le città di zone paludose e pestilenziali; quando poi
la natura da loro profanata è diventata ostile, l’hanno presa in
odio e, non potendo ritemprarsi come il selvaggio nella vita
delle foreste, si sono lasciati sempre più abbrutire dal dispotismo
dei preti e dei re. «I latifondi hanno rovinato l’Italia», ha
detto Plinio; ma bisogna aggiungere che questi grandi possedimenti,
coltivati da mani schiave, avevano imbruttito il suolo
come una lebbra. Gli storici, colpiti dalla sorprendente decadenza
della Spagna dopo Carlo V, hanno cercato di spiegarla in
diversi modi. Per alcuni, la causa principale di questa rovina
della nazione fu la scoperta dell’oro in America; per altri, fu il
terrore religioso organizzato dalla «Santa Fratellanza»
dell’Inquisizione, l’espulsione degli ebrei e dei mori, i sanguinosi
auto-da-fé degli eretici. Il crollo della Spagna è stato anche
attribuito all’iniqua imposta dell’alcabala e alla centralizzazione
dispotica alla francese; ma quella specie di furore col quale
gli spagnoli hanno abbattuto gli alberi per paura degli uccelli,
«por miedo de los pajaritos»1, non c’entra dunque niente in
questa terribile decadenza? La terra gialla, pietrosa e nuda ha
assunto un aspetto ripugnante e terribile; il suolo si è impoverito,
la popolazione, diminuendo per due secoli, è ricaduta parzialmente
nella barbarie. Gli uccellini si sono vendicati.

1. Paura che gli uccelli granivori frugivori riducessero i raccolti, nutrendosene [N.d.T.].

http://www.eleuthera.it/files/materiali/Reclus_Natura_e_societa.pdf p. 175

Le macchine, i cavalli e gli uomini sono utilizzati
nello stesso modo: sono tutti visti come risorse numericamente
quantificabili che devono essere usate nel modo più vantaggioso
per il datore di lavoro, assicurando la massima produttività e
la minima spesa possibile. Le scuderie sono disposte in modo tale
che all’uscita dell’edificio gli animali comincino a scavare il solco, lungo parecchi chilometri, che devono tracciare fino all’estremità del campo; ogni loro passo è calcolato e frutta al padrone. Allo stesso modo, i movimenti di tutti i lavoratori sono regolati dal momento in cui lasciano i dormitori. Lì non vi sono donne né bambini che vengano a turbare il lavoro con una carezza o con un bacio. I lavoratori sono riuniti a squadre: queste hanno i loro sergenti, i loro capitani e l’inevitabile spia. Il loro dovere consiste nel fare metodicamente il lavoro prescritto, di osservare il silenzio nei ranghi. Se una macchina si guasta, quando non è possibile ripararla la si getta tra i ferri vecchi. Se un cavallo cade e si rompe una gamba, gli si spara un colpo di pistola nell’orecchio e lo si trascina al carnaio. Se un uomo cede alla fatica, se si spezza un arto o si fa prendere dalla febbre, si degnano di non finirlo, ma se ne sbarazzano ugualmente: che muoia in disparte senza stancare nessuno con le sue lamentele. Alla fine dei grandi lavori, quando la natura si riposa, anche il direttore interrompe il lavoro e licenzia il suo esercito.
L’anno seguente troverà sempre una quantità sufficiente di
ossa e di muscoli da assumere, ma si guarderà bene dall’impiegare
gli stessi lavoratori dell’anno prima.

http://www.eleuthera.it/files/materiali/Reclus_Natura_e_societa.pdf p. 251

Certamente, se la felicità dell’umanità consistesse nel creare
alcuni miliardari che tesaurizzano i prodotti accumulati da tutti i
lavoratori asserviti, a beneficio delle loro passioni e dei loro
capricci, questo sfruttamento scientifico della terra da parte di
una ciurma di galeotti sarebbe l’ideale sognato. I risultati finanziari di queste imprese sono prodigiosi. Una certa quantità di
grano ottenuta dal lavoro di cinquecento uomini potrebbe nutrirne
cinquantamila; alla spesa fatta per un magro salario corrisponde un rendimento enorme di derrate che si spediscono per
nave e che si vendono a dieci volte il valore di produzione. È
vero che, se la massa dei consumatori, mancando di lavoro e di
salario, diventa troppo povera, non potrà più comperare tutti
questi prodotti e, condannata a morire di fame, non arricchirà
più gli speculatori. Ma costoro non si preoccupano del lontano
futuro: prima di tutto guadagnare, camminare su un sentiero
lastricato di denaro, poi si vedrà; i figli se la sbroglieranno.
«Dopo di noi, il diluvio!».

http://www.eleuthera.it/files/materiali/Reclus_Natura_e_societa.pdf p. 251-252

Nemmeno il sistema schiavistico dell’antichità classica è riuscito a modellare e a dar forma al materiale umano fino al punto da ridurlo allo stato di un attrezzo da lavoro.

http://www.eleuthera.it/files/materiali/Reclus_Natura_e_societa.pdf p. 252

SUL VEGETARIANISMO*

Uomini di grandissimo valore, igienisti e biologi, hanno studiato così a fondo i problemi relativi all’alimentazione abituale che mi guarderei bene dal dare prova d’incompetenza esprimendo la mia opinione sull’alimentazione animale e vegetale. A ciascuno
il suo mestiere. Non essendo né chimico né medico, non
parlerò né dell’azoto né dell’albumina; non riprodurrò i dosaggi forniti dagli analisti; mi limiterò semplicemente a riferire le mie impressioni personali, che sicuramente coincideranno con quelle di molti vegetariani.

Ripercorrerò il corso della mia vita e, all’occorrenza, mi fermerò a fare delle riflessioni quando le piccole
avventure dell’esistenza lo solleciteranno.
All’inizio, devo dirlo, la ricerca della pura verità non ebbe niente a che vedere con le prime impressioni che fecero di quel monello che ero, ancora vestito da bambino, un vegetariano virtuale, in potenza. Ricordo distintamente l’orrore del sangue versato.

Una persona della mia famiglia, mettendomi un piatto in
mano, mi aveva mandato dal macellaio del paese, chiedendomi
di prendere non so quale pezzo di carne sanguinolenta. Ingenuo e timoroso, mi avviai di buona lena a fare la commissione e penetrai nel cortile dove stavano i carnefici della bestia sgozzata.
Ricordo ancora quel cortile sinistro, dove passavano uomini
spaventosi, con grandi coltelli in mano che asciugavano sui
grembiuli schizzati di sangue. Sotto un portico, un’enorme carcassa occupava, così mi pareva, uno spazio immenso; dalla carne bianca un liquido rosa colava nei canaletti di scolo. Muto e tremante, me ne stavo in quel cortile insanguinato, incapace di procedere, troppo terrorizzato per fuggire.
Altre scene amareggiano i miei anni infantili e, come quella della macelleria, segnano altrettante date della mia storia. Rivedo il maiale dei contadini, macellai occasionali e tanto più crudeli: uno di loro sgozza lentamente l’animale affinché il sangue coli goccia a goccia: è indispensabile, sembra, per la buona preparazione
dei sanguinacci che la vittima abbia molto sofferto.
Questa emette continui stridii, interrotti da pianti infantili, da richiami disperati, quasi umani. Sembra di sentire un bambino: il maiale domestico non è forse stato davvero per un anno il bambino di casa, rimpinzato per l’ingrasso, che con vero affetto rispondeva a tutte quelle cure che non avevano altro scopo se non quello di procurargli uno spesso strato di lardo? E quando
l’amore è corrisposto, quando la massaia, incaricata di accudire al maiale, prova amicizia per il suo protetto, lo accarezza, lo lusinga e gli parla, appare forse ridicolo, come se fosse assurdo, quasi disdicevole, amare un animale che ci ama? Una forte impressione della mia infanzia è l’avere assistito a uno di questi drammi rusticani: la sgozzatura di un maiale eseguita da una piccola folla insorta contro una mia generosa e vecchia prozia
che non voleva acconsentire all’uccisione del suo pingue amico.

A forza la piccola folla del villaggio era entrata nel recinto dei maiali, a forza aveva trascinato la bestia nel rustico mattatoio dove l’attendeva l’apparato per la sgozzatura, mentre la sfortunata donna, accasciata su uno sgabello, piangeva lacrime silenziose.
Stavo al suo fianco, vedevo queste lacrime e non sapevo
se dovevo impietosirmi per il suo dolore o credere, insieme alla folla, che la sgozzatura del maiale fosse giusta, voluta dal buon senso così come dalla sorte.
Ognuno di noi, soprattutto se ha vissuto in un contesto popolare, lontano dalle banali città uniformi dove tutto è metodicamente classificato e nascosto, ognuno di noi ha potuto assistere ad uno di questi atti barbarici, commessi dal carnivoro contro le bestie che mangia. Non è il caso di andare in una qualche Porcopoli dell’America del Nord o in un saladero della Plata per osservarvi l’orrore dei massacri che rappresentano la base della nostra abituale alimentazione. Ma con il passare del tempo queste impressioni si cancellano: lasciano il posto a
quella deplorevole educazione di tutti i giorni che consiste nel ricondurre l’individuo nella media, togliendoli tutto ciò che lo rende un essere unico, una persona. I genitori, gli educatori, ufficiali e non, i medici, senza contare quell’insieme tanto potente che si chiama «tutti», lavorano in sintonia per indurire
il carattere del bambino riguardo a queste «carni ambulanti», che però amano come noi e come noi sentono e, grazie alla nostra influenza, progrediscono e regrediscono come accade a noi.

Perché uno dei più tristi risultati delle nostre abitudini alimentari carnivore è che gli animali sacrificati dall’appetito umano sono stati sistematicamente e etodicamente resi brutti, informi, degradati nella loro intelligenza e nel loro valore morale.
Il nome stesso dell’animale nel quale il cinghiale è stato trasformato è diventato il più grosso degli insulti: la massa di carne che è stata vista voltolarsi nelle pozze nauseabonde è così laida da guardare che si evita ben volentieri ogni analogia tra la bestia e il piatto che se ne ricava. Quale differenza di aspetto e di portamento
tra il muflone che salta sulle rocce delle montagne e il
montone che, ormai privo di qualsiasi iniziativa, semplice carne abbrutita in balia della paura, non osa più allontanarsi dal gregge, si getta da solo in bocca al cane che lo rincorre!

Stesso imbastardimento nel manzo, che ora vediamo muoversi faticosamente nei campi, trasformato dagli allevatori in un’enorme massa di carne ambulante dalle forme geometriche, come progettate per il coltello del macellaio. È per produrre simili mostri che usiamo l’espressione «allevamento»! Ecco come gli uomini
svolgono la loro missione di educatori nei confronti degli animali loro fratelli! Del resto, non è forse in questo modo che ci comportiamo nei confronti dell’intera natura? Lasciate una banda di ingegneri in un’affascinante vallata, in mezzo ad alberi e praterie, sulle rive
di un bel fiume, vedrete presto ciò che ne faranno! S’impegneranno al massimo a rendere la loro opera personale il più evidente possibile e a nascondere la natura sotto mucchi di pietre e di carbone; saranno allo stesso modo tutti fieri di vedere il fumo delle loro locomotive innalzarsi in uno sporco intrico di volute
giallastre o nere. È vero che talvolta questi ingegneri pretendono anche di abbellire la natura. Tant’è che quando, di recente, gli artisti belgi hanno protestato contro la devastazione dei paesaggi rivieraschi della Mosa, il ministro si è affrettato a far loro sapere
che da allora in poi sarebbero stati contenti di lui: si impegnava infatti a fare costruire le nuove fabbriche tutte ornate con torrette gotiche! Allo stesso modo i macellai espongono le carcasse smembrate, le carni sanguinolente sotto gli occhi del pubblico,
sul ciglio stesso delle strade più frequentate, a fianco di negozi infiorati e profumati; e hanno persino l’audacia di inghirlandare con rose le carni appese: così l’estetica è salva!

Ci si meraviglia di leggere sui giornali che tutte le atrocità della guerra in Cina siano non un brutto sogno, ma una triste realtà! Com’è possibile che uomini che hanno avuto la fortuna di essere accarezzati dalle loro madri e di ascoltare a scuola parole di giustizia e di bontà, come può accadere che queste belve dal volto umano provino piacere a legare dei cinesi fra loro per i vestiti e per i codini e a gettarli nel fiume? Come può succedere che diano il colpo di grazia ai feriti e che facciano
scavare le proprie fosse ai prigionieri, prima di fucilarli? Chi sono questi terribili assassini? Sono persone che ci assomigliano, che studiano e leggono come noi, che hanno fratelli, amici, una moglie o una fidanzata: prima o poi, siamo destinati ad
incontrarli, a stringere loro la mano senza trovarvi traccia del sangue versato! Ma non c’è forse una diretta relazione di causa ed effetto tra l’alimentazione di questi carnefici che si proclamano «civilizzatori» ed i loro atti feroci? Anch’essi si sono abituati
a esaltare la carne grondante di sangue come portatrice di
salute, di forza e di intelligenza. Anch’essi entrano senza disgusto nelle macellerie dove si scivola sul pavimento rossastro e si respira l’odore dolciastro del sangue! C’è dunque una differenza così grande tra il cadavere di un bue e quello di un uomo? Le membra tagliate, le viscere mischiate dell’uno e dell’altro si
assomigliano molto: l’abbattimento del primo facilita l’uccisione del secondo, soprattutto quando risuona l’ordine del capo e si sentono di lontano le parole del signore incoronato: «Siate implacabili!».

Un proverbio francese dice che «ogni azione cattiva può
essere negata». Questa pretesa conteneva una certa verità quando i soldati delle diverse nazioni commettevano separatamente le loro crudeltà e potevano in seguito imputare alla gelosia, agli odi nazionali, i fatti atroci a loro attribuiti. Ma in Cina, russi, francesi, inglesi, tedeschi non si nascondevano più con cautela gli uni dagli altri: i testimoni oculari e gli autori stessi ci hanno
informati in tutte le lingue, gli uni con cinismo, gli altri con reticenza.

La verità non può più essere negata; ma si è dovuto creare
una nuova morale per spiegarla. Questa morale sostiene che
vi sono due diritti dei popoli: l’uno viene applicato ai gialli, l’altro è privilegio dei bianchi. Assassinare, torturare i primi sembra ormai permesso, mentre sarebbe inammissibile farlo ai secondi. Ma a proposito degli animali, la morale non è ugualmente elastica? Eccitando i cani a sbranare la volpe, il gentiluomo impara a lanciare i suoi fucilieri sul cinese in fuga. Le due cacce non sono che un unico e identico sport; tuttavia, quando
la vittima è un uomo, l’emozione, il piacere sono probabilmente più intensi. Lo si chieda a chi evocò di recente il nome di Attila per dare questo mostro come esempio ai suoi guerrieri!

Non è una digressione ricordare gli orrori della guerra a proposito dei massacri di bestiame e dei banchetti per carnivori. Il regime alimentare corrisponde ai costumi degli individui. Sangue chiama sangue. A questo proposito, ciascuno può misurare i propri ricordi sugli uomini che ha conosciuto; in cuor suo nessun dubbio potrà rimanere sul contrasto che esiste, in linea generale, tra i vegetariani e i grandi mangiatori di carne, gli avidi bevitori di sangue, per la piacevolezza delle abitudini, la
dolcezza del carattere, la serenità della vita.
È vero che sono qualità tenute in poco conto dai «superuomini» che, senza essere superiori agli altri mortali, hanno però più arroganza e contano di farsi valere disprezzando gli umili ed esaltando i forti. Secondo costoro gli uomini miti sarebbero dei
deboli e dei malati che ingombrano la strada: allontanandoli, si farebbe un’opera pia. Se non li si uccide, almeno li si lasci morire.
Ma è che, per l’appunto, i mansueti potrebbero essere più
resistenti al male dei violenti: i tipi sanguigni e molto coloriti non sono di solito quelli che vivono più a lungo; gli uomini veramente forti non sono coloro che portano tutta la forza nell’aspetto esteriore, nel colorito rubicondo del viso, nella sporgenza dei muscoli o nelle rotondità del lucido grasso.

D’altronde, la statistica potrà presto informarci positivamente a questo proposito; l’avrebbe già fatto se tante persone interessate non fossero impegnate a schierare a battaglia le cifre vere o
false per difendere le rispettive teorie.
Comunque sia, diciamo soltanto che per la grande maggioranza dei vegetariani il problema non consiste nel sapere se i loro bicipiti e tricipiti sono più solidi di quelli dei carnivori, né se il loro organismo presenta una maggior forza di resistenza contro i colpi della vita e le possibilità di morte; il che d’altronde è molto importante. Per loro si tratta di riconoscere i vincoli
di simpatia e collaborazione che legano gli uomini ai così detti animali inferiori, e l’estensione a questi nostri fratelli di quella stessa sensibilità che ha posto fine al cannibalismo tra uomini.

Le ragioni che gli antropofagi potevano invocare contro la
rinuncia alla carne umana nell’alimentazione abituale avevano lo stesso valore di quelle addotte oggi dai semplici carnivori; le ragioni che si fecero valere contro la mostruosa consuetudine sono proprio quelle a cui oggi ci appelliamo: il cavallo e il bue, il coniglio selvatico e il coniglio comune, il cervo e la lepre ci
convengono più come amici che come carne. Teniamo a conservarli sia come rispettati compagni di lavoro sia come semplici partecipi della nostra gioia di vivere e di amare.

Ma ci obietteranno: «Se vi astenete dalla carne degli animali, altri carnivori, uomini o bestie, li mangeranno al vostro posto, oppure la fame e gli elementi si incaricheranno di distruggerli». Probabilmente l’equilibrio delle specie si manterrà come una
volta, secondo le possibilità della vita e la lotta reciproca degli appetiti; ma, almeno nel conflitto delle razze, spetterà ad altri l’opera distruttiva. Sfrutteremo razionalmente la parte di Terra che ci toccherà, rendendola il più possibile piacevole, non soltanto
per noi, ma anche per le bestie che ci circondano; prenderemo sul serio il ruolo di educatori che dalle epoche preistoriche gli uomini si sono attribuiti. La nostra parte di responsabilità nelle trasformazioni dell’ordine universale non va al di là di noi
stessi e dell’ambiente che ci circonda. Se facciamo poco, almeno quel poco sia opera nostra.

È certo che cadremmo nella pura assurdità se avessimo l’idea chimerica di spingere la pratica della teoria fino alle ultime conseguenze logiche, senza preoccuparci di considerazioni d’altro genere. A questo proposito, il principio del vegetarianismo non differisce da qualunque altro principio: deve adattarsi alle ordinarie
condizioni di vita. Ovviamente, non abbiamo intenzione di
subordinare tutte le nostre pratiche ed azioni di ogni ora, di ogni minuto, al rispetto della vita degli esseri infinitamente piccoli; non ci lasceremo morire di fame e di sete, come quel tal lama buddista, qualora il microscopio ci mostri una goccia d’acqua tutta palpitante di animali invisibili ad occhio nudo.

All’occasione non ci faremo scrupolo di tagliare un bastone nella foresta, né di prendere un fiore in un giardino; coglieremo insalate, cavoli e asparagi per nostro nutrimento, pur riconoscendo pienamente
la vita nelle piante come negli animali. Per noi non si
tratta di fondare una nuova religione cui assoggettarci con dogmatismo settario: si tratta di rendere la nostra esistenza più bella possibile e conformarla, per quanto sta in noi, alle condizioni estetiche dell’ambiente. Come i nostri antenati si sono disgustati di mangiare la carne dei loro simili ed un bel giorno hanno cessato
di portarla in tavola, così fra i carnivori ci sono molti che rifiuterebbero di mangiare la carne del nobile cavallo, compagno dell’uomo, o quella del cane e dei gatti, accarezzati ospiti del focolare; così ci ripugna bere il sangue e masticare il muscolo del bue, l’animale aratore che ci dà il pane. Non vediamo l’ora di non sentire più i belati dei montoni, i muggiti delle vacche,
i grugniti e gli stridii dei maiali che si conducono al macello; aspiriamo ad un’epoca in cui non passeremo più di corsa, per abbreviare l’orrendo minuto, davanti a un mattatoio dai rivoli sanguinolenti, dagli uncini aguzzi dove pendono carcasse, dal personale imbrattato di sangue, armato di odiosi coltelli.

Ci preoccupiamo insomma di vivere in una città dove non si rischi più di vedere macellerie piene di carcasse accanto a negozi di sete o di gioielli, di fronte alla farmacia o alla vetrina di frutti profumati, o alla bella libreria adorna di incisioni, statuette e opere d’arte. Vogliamo intorno a noi un ambiente gradevole alla vista e in armonia con la bellezza. Poiché i fisiologi o meglio ancora la nostra esperienza personale ci dicono che questo odioso nutrimento di carni fatte a pezzi non è necessario per sostenere la nostra esistenza, bandiremo questi orridi alimenti che piacevano ai nostri antenati e che piacciono ancora alla maggior parte dei contemporanei. Speriamo proprio che tra non molto costoro avranno almeno la delicatezza di nascondere il loro nutrimento. I macelli sono già relegati nelle periferie fuori mano: che le macellerie seguano lo stesso cammino, rintanandosi
come le stalle negli angoli bui!

Aborriamo, perché sordide, la vivisezione e ogni sperimentazione rischiosa, a meno che non sia eroicamente praticata dallo scienziato sulla propria persona. Proviamo disgusto per l’azione ignobile del naturalista che appunta sulla sua scatola farfalle vive e che distrugge tutto il formicaio per contarne le formiche.

Ci scostiamo con ripugnanza dall’ingegnere che deturpa la natura imprigionando una cascata in tubi di ghisa e dal boscaiolo californiano che abbatte un albero di quattromila anni e di cento metri di altezza per mostrarne i cerchi nelle fiere o nelle mostre.
La bruttezza nelle persone, nelle azioni, nella vita, nella natura circostante: ecco il nemico per eccellenza. Diventiamo belli noi stessi, e rendiamo belle le nostre vite!
[…]

* Questo scritto,qui pubblicato quasi integralmente, apparve dapprima in inglese su «The Humane Review», vol. 1, gennaio 1901, pp. 316-324, mentre la versione francese fu pubblicata successivamente, nello stesso anno, in «La Réforme alimentaire», marzo 1901, pp. 37-45. Il testo fu poi ristampato come opuscolo sia in francese sia in inglese ed è circolato fino ai nostri giorni.

http://www.eleuthera.it/files/materiali/Reclus_Natura_e_societa.pdf p. 265-272
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Laurence Sterne (1713-1768)
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È più perdonabile peccare contro la verità che contro la bellezza”
Laurence Sterne Tristram Shandy vol. I. cap 4
(Traduzione di Antonio Meo)

«Va’», disse mentre era a tavola a una grossa mosca che gli aveva ronzato sul naso e lo aveva crudelmente tormentato per tutto il pranzo, quando, dopo infiniti tentativi, finalmente riuscì ad acchiapparla al volo. «Non voglio farti del male», disse mio zio Tobia, alzandosi e attraversando tutta la stanza con la bestiola fra le dita, «non ti torcerò un capello.» E frattanto apre la finestra e allarga le dita per renderle la libertà: «Va’, poveraccia. Perché dovrei farti del male? Il mondo è certamente largo abbastanza per contenere tanto te che me».
Io avevo appena dieci anni quando questo avvenne. […] Una cosa so, che quella lezione di benevolenza verso tutte le creature, datami dallo zio Tobia, mi restò impressa per sempre nella mente.

Laurence Sterne Tristram Shandy vol. I. cap 12
(Traduzione di Antonio Meo)

Adesso posso dire di essere quasi avviato nel mio lavoro; e con l’aiuto di una dieta vegetale e un po’ di semi freddi non dubito che potrò proseguire la storia di mio zio Tobia, e la mia.
Laurence Sterne Tristram Shandy vol. VI cap 40

fui fermato sul cancello.
Fermato, proprio così, da un povero asino, che aveva appena imboccato l’ingresso con un paio di grosse ceste sulla groppa, di quelle usate per raccogliere le rape e le foglie di cavolo della questua. Stava dubbioso, le zampe anteriori al di qua della soglia e le posteriori verso la via, quasi non fosse sicuro se entrare o no.
Ora, l’asino è una bestia che io, per quanto fretta abbia, non mi sento di battere: è tale la paziente rassegnazione alle sofferenze che egli porta scritta in così chiare lettere sulla fronte ed in tutto il suo portamento, e con tanto calore essa perora per lui che ne resto sempre disarmato; a tal punto, che non mi sento nemmeno di rivolgergli delle parole dure: al contrario, ovunque lo incontri, in città o in campagna, legato a un carro o sotto il basto, in libertà o in pastoie, ho sempre qualche parola gentile da dirgli. E siccome una parola tira l’altra, se lui ha tanto poco da fare quanto me, generalmente mi fermo a discorrere con lui. E di sicuro la mia immaginazione non è mai così fervida come nel trarre il senso dei suoi responsi dalle linee della sua faccia; e, se questo non mi porta molto in profondità, essa vola dal mio cuore al suo per accertare quali pensieri sorgono spontanei in un asino, come in un uomo, in una simile occasione. In verità l’asino è la sola creatura, tra tutti gli esseri inferiori a me, con cui io mi senta di conversare: perché con i pappagalli, cornacchie e simili non scambio mai una parola; e nemmeno con le scimmie, ecc., per una ragione che è quasi la stessa, giacché, se queste agiscono meccanicamente, gli altri parlano meccanicamente, e mi lasciano muto allo stesso modo. Il mio cane e il mio gatto, per esempio, sebbene io li apprezzi tutt’e due (e quanto al mio cane, parlerebbe se potesse) pure mancano in qualche modo, sia l’uno sia l’altro, del dono della conversazione. Un discorso con loro, come le conversazioni tra mioa madre e mio padre quando questi teneva i suoi letti di giustizia, non va oltre l’affermazione, risposta e controrisposta; scambiate le quali, il dialogo cessa e non se ne fa più nulla.
Ma, con un asino, io posso restare in comunicazione senza fine.
«Vieni, Onestà!» dissi, vedendo che non v’era modo di passare tra lui e il cancello: «vuoi entrare o uscire?»
L’asino torse il collo per dare uno sguardo alla strada.
«Bene», risposi io, «attenderemo per un momento il tuo conducente.»
L’asino girò la testa pensoso e guardò con occhi ansiosi nella direzione opposta.
«Ti capisco perfettamente», risposi io. «Se fai un passo falso in questa faccenda, ti picchierà a morte. Bene! Un minuto non è che un minuto, e se basta a risparmiare una bastonatura a un nostro simile, non mi sarà conteggiato come speso male.»
Mentre io gli facevo questo discorso, egli brucava il gambo di un carciofo e, in quel piccolo aspro contrasto naturale tra la fame e l’ingrato sapore del carciofo, se l’era lasciato cadere di bocca e poi ripreso una mezza dozzina di volte.
«Che il Signore ti aiuti, Jack!», dissi io, «ci fai un’amara colazione, come se non bastassero i molti giorni di amara fatica, e gli amari colpi che, temo, ti prendi per mercede. La vita, quale ne sia il sapore per gli altri, è tutta amarezza per te. Ed ora, se si sapesse la verità, la tua bocca è amara, penso, come la fuliggine – (la bestia aveva buttato via il carciofo) – e tu, forse, non hai, in questo vasto mondo, un solo amico che ti dia un mostacciolo.»
Detto questo, ne trassi uno da un cartoccio appena comprato e glie lo diedi: ed ora che lo racconto, mi rimorde il cuore che il gesto abbia avuto più l’aria di uno scherzo, mosso più dalla curiosità di vedere come un asino avrebbe mangiato un mostacciolo, che non da benevolenza.
Quando l’asino ebbe mangiato il mostacciolo, lo sollecitai ad entrare. La povera bestia era carica; le gambe sembravano tremargli sotto il peso: arretrò un po’ e, mentre io lo tiravo, la cavezza mi si ruppe in mano. L’asino mi guardò in faccia pensieroso; sembrava che dicesse: «Non servirtene per battermi; ma, se vuoi, fai pure».
«Se lo faccio», dissi, «che io sia dann…»
La parola fu pronunciata solo a metà, come quella della badessa delle Andouillettes, perché una persona, entrando proprio in quel momento, lasciò cadere una bastonata sulla groppa della povera bestia, e così troncò i complimenti.

Laurence Sterne Tristram Shandy vol. VII, cap. 32
(Traduzione di Antonio Meo)

Al cuore della paura degli animali vi è la paura della propria animalità.
Barry Lopez

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