Jean Henri Fabre

L’entomologia non è cambiata, infilza ancora insetti(1)

Si prende un insetto, lo si trafigge con un lungo spillo, si fissa nella scatola a fondo di sughero, gli si mette sotto le zampe un cartellino con un nome latino, e tutto sul suo conto è già detto. Questo modo di considerare l’entomologia non mi soddisfa. È inutile dirmi che la tale specie ha antenne con tanti ariticoli, le ali con tante nervature, il ventre e il torace con tante e tante setole. Io non potrò dire dire di conoscere realmente l’animale se non quando conoscerò la sua maniera di vivere, i suoi istinti, il suo comportamento. E osservare quale luminosa superiorità avrebbe una informazione di questo genere, formulata in due o tre parole, sui particolari descrittivi, così lunghi, così faticosi a comprendersi. Suponiamo che voi vogliate farmi conoscere lo Sphex della Linguadoca: mi descriverete dapprima il numero e la disposizione delle nervature alari; mi parlate di nervature cubitali e di nervature ricorrenti. Viene poi la descrizione dell’insetto. Qua c’è del nero, là del ferrugineo; all’estremità dell’ala del bruno affumicato; in questo punto del velluto nero, in quest’altro una peluria argentea, in un terzo una superficie glabra. Tutto ciò è assai preciso, assai minuzioso, bisogna rendere giustizia alla pazienza perspicace del descrittore; tuttavia è anche molto prolisso, lungi dall’essere sempre chiaro, è scusabile se qualcuno un poco ci si perda, anche se non sia proprio un novizio. Ma aggiungere alla fastidiosa descrizione soltanto questo: caccia le efippigere. Con queste tre parole la luce è fatta; conosco il mio Sphex senza possibilità di errore, dato che esso solo ha il monopolio di cosiffatta preda. Per dare questo vivo tratto di luce che cosa occorre? Osservare realmente e non ridurre l’entomologia a delle serie di insetti infilzati.

da Ricordi di un entomologo, Einaudi, Torino 1972, p. 86

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(1) Il titolo è mio

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Voi sventrate gli Animali e io li studio vivi.
Voi ne fate oggetto di orrore ed io li faccio amare.
Voi lavorate in un laboratorio di torture
ed io osservo sotto il cielo azzurro
al canto dei grilli e delle cicale.
Voi sottomettete ai reattivi il protoplasma e le cellule
ed io studio l’istinto in tutte le sue manifestazioni.
Voi scrutate la morte ed io analizzo la vita.
Se io scrivo per gli scienziati e per i filosofi,
che un giorno tenteranno di dipanare l’arduo problema dell’istinto,
scrivo anche per i giovani
ai quali desidero di far amare questa storia naturale
che Voi riuscite solo a far odiare.

http://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Henri_Fabre
Lo stesso passo ultrasottolineato nell’83 in
Ricordi di un entomologo, Einaudi, Torino 1972, p. 230
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