racconti trevigliesi

Pasquale Cacchio 1977-1979
Treviglio (Bergamo)

Il mosaico

“Se mi lasciassi cadere dalla finestra per distrazione, vediamo un po’ quali indizi” e si voltò a cercare indizi nella stanza “potrebbero trovare i poliziotti per sapere le cause della mia morte. È notte e nessuno circola in giro, potrei essere stato investito dalle macchine,senza testimoni, la prima mi è venuta addosso per un incidente, le altre, dopo essersi accorte di avermi tra­volto, per non aver avuto il coraggio di voltarsi indie­tro. Ma con l’autopsia tutto sarebbe risolto; o forse no. Comunque gli indizi ci sono: prima di tutto la finestra spalancata, e io a perpendicolo steso sotto la finestra. Nel cadere giù potrei anche intoppare contro l’intonaco vecchio e i frammenti mi farebbero da contorno. Quindi niente macchine: suicidio bello e buono, piatti sporchi, tavolo in disordine, letto in disordine. Ma è un disordine troppo normale per una crisi di pazzia, neanche un foglietto con le ultime parole, e può anche darsi che durante il volo riuscirò a non urlare e nessuno sentirà il mio tonfo sull’asfalto”.
Il giorno dopo, di primo mattino vennero i poliziotti a tracciare le linee sull’asfalto,i vicini di casa li avvertirono subito che lui abitava proprio 1ì sopra, che era incredibile, era uno come tanti, lo avevano visto fino a ieri sera, e concludevano che era incre­dibile. Sfondarono la porta e si affacciarono giù dalla finestra spalancata: neanche il gusto di volare, neanche dieci metri di altezza.
Il primo degli amici del defunto che si presentò fu Pedrini Renzo, che divulgò subito la notizia agli ami­ci dell’amico, e doveva perfino trattenere la risata, perché questo Pedrini trovava del comico da tutte le parti. Si fece di diversi colori: come avvisare i genitori? e chi li conosce? ma non sembrava capace di un gesto del genere, è incredibile, proprio due giorni prima lo aveva visto e, cazzo, non gli aveva detto niente, e nemmeno gli aveva fatto impressione e, magari, perché ieri non sono andato a trovarlo? magari non sarebbe successo se lo avessi invitato a cinema.
“E’ incredibile” pensava intanto il suicida nel mondo dei morti (e infatti i morti pensano soltanto) “sono morto davvero. Dopo tutto è stato veloce, un gran botto e un brivido che dalla schiena è passato al cer­vello; e poi non ho più da alzarmi presto la mattina, il solito caffè, la solita corsa al tram e tanto meno ho da pagarmi l’affitto, quella stronza, da cucinare, lavare i piatti. Comunque è stata proprio una pazzia: “come faccio ora a toccare?”.
Si rassegnò a non poter toccare più niente e se ne andò a osservare i vivi e i morti in giro per la piazza, ed è naturale, i vivi non vedevano i morti, mentre i morti li vedevano ma non potevano farci niente.
«Di che sei morto tu?», gli fece un morto che aveva visto il nuovo arrivato.
«È interessante, è un po’ come prima, con molti vantaggi e molti svantaggi, ma chi ci crede agli svantaggi quando ci sono i vantaggi? Sono un suicida, ma ti assicuro che non ero stufo della vita; ieri notte mi sono affacciato alla finestra e ho visto il mosaico della chiesa di fronte, una Madonna col Bambino in braccio. Osservavo la tecnica del mosaico, le pietruzze colorate, e, quando sono giunto agli occhi e alla pietruzza dello sguardo, mi sono lasciato cadere dalla finestra, che scemo, perché non è che volessi inseguire qualcosa (in tal caso, ai capisce, potevo scendere dalle scale)…».
Ma qui il suicida cominciò a sentire un dolorino indistinto da qualche parte: si toccò lo sterno, poi le costole, ma niente dolore (che non sia un cancro?), si toccò ancora e si accorse che toccava, si svegliò, ancora affacciato alla finestra a guardare il mosaico. Si voltò verso l’interno della stanza senza cercare indizi per i poliziotti, si sdraiò sul letto e abbandonò ai morti e alla finestra la pietruzza dello sguardo.
(Tutte fandonie, non esiste la pietruzza dello sguardo. E poi, se uno ci tiene veramente, la pietruzza dello sguardo può anche trovarla in quella di un’unghia, di un capezzolo, o anche tra le increspature, se vuole, del cemento armato. Infatti uno strabico non ti guarda mica mentre ti sta guardando, e intanto guarda proprio te. Vallo a capire dov’è la pietruzza dello sguardo in un mosaico).

La prestazione speciale

Quella mattina il signor Fabrizio Marinetti spulciò tutto il Corriere della Sera. Era andato al bar per prendere un caffè, ma si fermò un istante a leggere i titoli del giornale, quindi l’articolo di una donna che per eutanasia si era fatta ammazzare, e si sa come va a finire in questi casi: un articolo tira l’altro, si sedette senza spiccicare gli occhi dal gior­nale e si accese una sigaretta dopo l’altra, sempre senza spiccicare gli occhi dal giornale. Insomma il Corriere della Sera lo spulciò proprio tutto, compresi gli articoli finanziari. Eppure non aveva tempo da perdere, aveva da andare a Messa con la moglie; ma ogni volta che decideva di smettere, per chissà quale dispetto, il signor Fabrizio Marinetti non solo non smetteva, ma finì anche col non programmare la domenica pomeriggio con gli amici dell’aperitivo: di domenica nessuno si lascia sfuggire gli amici dell’aperitivo, altrimenti cosa si fa dalle 15 in poi senza sapere cosa fanno gli altri? Al massimo si resta col televisore acceso e coi risultati delle partite nelle orecchie.
Non so a chi faceva il dispetto, ma il signor Marinetti lasciò passare anche le 12 e 30.
Verso le 13 lesse il seguente annuncio:
“Bellissima diciannovenne offre prestazione speciale a distintissimo. Tel. 426543”.
Guardò l’orologio, a quell’ora a casa erano già tutti a tavola (“che gli sarà successo stamattina?”, doveva pensare la moglie in quel momento), e così decise finalmente di alzarsi e andare a casa. Ma prima si segnò il 426543. L’imparò perfino a memoria, “non si sa mai, posso perderlo nelle tasche”. A casa mangiò distrattamente guardando solo nel piatto; “chissà cosa gli sarà successo starnattina”, pensava la moglie, ma lui quella domenica era proprio fissato con la prestazione speciale. “Non sono un distintissimo”, pensava andando alla cabina telefonica (è naturale che non poteva telefonare da casa con moglie e televisore acceso), “ma un distinto, capperi, una persona distinta lo sono”. S’era messo il miglior abito per l’occasione, ma che non desse adito a strizzatine d’occhi insinuanti, un abito distinto insomma.
Alzò la cornetta e fece il numero. – Pronto? – Era la voce della bellissima diciannovenne. – Ho letto l’annuncio. – 175.000 – Dove? – Via del T… numero 3, quinto piano.
Chissà dove sarebbero andati gli amici quella domenica, forse a pescare o a tennis, o addirittura in montagna. Ma lui sarebbe comunque andato là. Poteva anche non andarci, erano le 14 e 30, faceva ancora in tempo a rintracciare gli amici, sarebbe bastata una telefonata a casa di Aldo. Ma decise che era ormai troppo tardi, che non li avrebbe travati, e poi “ormai ho telefonato, non posso mica tirarmi indietro, ho un ottimo impiego, 175.000 non è la fine del mondo, andrò in bici al bar invece che in macchina, fumerò di meno, il televisore a colori posso prenderlo il prossimo anno, risparmio ci vuole, e sulle 175.000 ci guadagno pure, rinunzando a tanti vizietti stupidi, caffè, aperitivi inutili, giornali e tanti altri vizi”.
Via del T… aveva i marciapiedi puliti come in Svizzera e i tappetini di erba con piantine dalle foglie pallide, roba da quartiere residenziale, la clorofilla che sa di cemento, il profumo di niente proprio delle piante esotiche e tisiche, che sapevano solo di ‘distintissimo’. Il signor Marinetti si vergognò di essere un semplice ‘distinto’, lui aveva un banalissimo salice piangente nel prato della sua palazzina e alcuni tigli. “Ma mi riceverà bene lo stesso, a certa gente interessano solo le 175.000 e io ne ho da spendere, che vi credete voi? che non sono capace di spendere centomilalire come mi pare e piace?”.
Entrò nella palazzina cercando di fare ai passanti la faccia più indifferente possibile (pochi in verità in un pomeriggio di domenica), e soprattutto la dignità, lui la dignità non l’avrebbe mai persa.
E infatti non la perse. Suonò il campanello, busto eretto e massimo dominio di sé.
– Prego, si accomodi. Torno subito -. Era ad aprirgli la bellissima diciannovenne, che dopo aver richiuso la porta scomparve in un’altra stanza. Il sig. Marinetti fece un cenno grazioso con la testa e avanzò verso una poltrona, si sedette e aspettò che lei tornasse. La bellissima tornò e non vi dico come vestita, e disse:
– Prego si accomodi – e lo invitò ad entrare in un’altra stanza, insieme a lei.
Dopo l’ultimo “prego si accomodi” della bellissima diciannovenne, il signor Marinetti usci dall’appartamento e prese l’ascensore. Aveva una voglia pazza di sedersi in qualche posto, a cento metri dalla palazzina c’era un bar, sarebbe andato là a sedersi e a prendere un caffè. Con tale decisione e con la testa appoggiata malinconicamente alla parete aspettò che l’ascensore giungesse al piano terra. Giunto al piano terra, l’ascensore spalancò, com’è solito fare, la porta automatica; il Marinetti invece spalancò gli occhi: “Aldo!”, urlò in pensiero.
Aldo fece altrettanto con gli occhi e col pensiero, e cioè li spalancò e urlò “Fabrizio!”
Eh eh, altro che ridere. Dignità ci voleva, soprattutto adesso, con il collega di lavoro e amico di pomeriggi domenicali; Aldo poteva anche trovarsi là per far visita a un parente o a un amico, e la stessa cosa pensava Aldo nello stesso momento. Strinsero i gomiti ai fianchi per controllarsi, fecero “eh eh” cercando di sorridere, ma non ci riuscirono; così tutt’e due insieme dissero: – Come mai da queste parti? – Ehm – risposero tut’e due all’unisono. Stettero un po’ senza dir niente per decidersi a parlare uno alla volta, ma finirono per dire anche questa volta insieme: – Come stai?
Qui ambedue si accorsero di aver detto un’assurdità più grossa delle altre; era evidente che le loro parole non c’entravano né con la palazzina di via del T… né con quell’ascensore e tanto meno con il fatto di trovarsi tutt’e due ‘là’.
Intanto il signor Marinetti si accorgeva di occupare inutilmente l’ascensore: era appena comparso un distintissimo signore dietro le spalle di Aldo, al quale si affrettò a dire subito una frase, credendo di risolvere tre cose: primo, avvertire Aldo di spostarsi perché dietro di lui c’era un signore che voleva entrare in ascensore; secondo: uscire prontamente dall’ascensore per far posto al nuovo arrivato; terzo: visto che ormai erano là e non potevano far finta di essere di passaggio, decidersi a continuare quella maledetta conversazione o ad andarsene ognuno per i fatti propri, ma lasciando libero il passaggio.
Dunque il signor Marinetti, appena ebbe visto il distintissimo signore dietro le spalle di Aldo, disse indicando con l’indice: – Anche lui è qui. – Chi? – rispose Aldo e si voltò indietro spaventato.
Finalmente erano riusciti a parlare uno alla volta, ma non vi dico che polso segnava il cuore del distintissimo nel vedersi puntare il dito indice e con Aldo che si voltava di scatto come per riconoscerlo. Il distintissimo, è scontato, non entrò nell’ascensore, benchè i due avessero nel frattempo sgomberato il passaggio: si piantò davanti a loro e disse: – Ma lo sanno Loro chi sono io? Come si permettono di insinuare che…?
I due non fecero in tempo a inginocchiarsi o a fare chissà che cosa per scomparire dalla faccia della terra, che comparve dall’angolo della portineria un signore piccoletto, passo svelto, un cliente fisso, vista la sicurezza con cui andava verso l’ascensore e cioè verso i tre signori davanti all’ascensore ancora spalancato. Il signore piccoletto doveva essere una persona molto intelligente: sapeva che è abbastanza normale vedere gente che aspetta davanti a un ascensore chiuso. Ma nessuno ha mai visto gente attendere un ascensore con le porte spalancate. Infatti si fermò (e intanto gli arrivarono le parole “…come si permettono di insinuare che…?”), finse, girando gli occhi a scatti di qua e di là, di aver sbagliato entrata, fece dietro front e si avviò verso l’uscita più in fretta di com’era arrivato.
Ma, purtroppo, anche una persona molto intelligente può farsi sviare dalla fretta: andò a sbattere con la testa contro il petto di un signorone che proprio in quel momento svoltava l’angolo. Inutile immaginare la baraonda che successe, perché quel giorno la bellissima diciannovenne stava peggio di tutti: continuava a tornare allo specchio e continuava a ripetere: “E possibile che non viene più nessuno? Ahia, quelle borsette sotto gli occhi, dovrò decidermi una buona volta a farmi operare a Zurigo”.

La scommessa

Lei tornò, ma solo per riportargli l’ombrello e il libro che le aveva prestato. Era mancata parecchie settimane, finalmente la vide tornare, tutto gongolante di speranza, ma solo fino a quando non vide l’ombrello e il libro.
Bisogna spiegare tutto fln dall’inizio, altrimenti la storia non risulta drammatica e soprattutto non risulta drammatica la vista dell’ombrello e del libro (un ombrello rosso e il romanzo “Cuore di cane” di Bulgakov).
Lei, facciamo finta che sia Franca, lui, non so che nome mettergli e lo chiamerò lui, tanto più che è l’unico maschio del racconto. Anzitutto l’antefatto: prima che lui la conoscesse, Franca aveva fatto una scommessa con Sandra e Lella (è naturale che, come in tutti i racconti, si tratta di nomi inventati), a scuola, sedute ai primi banchi della quinta ragioneria sezione F, le amiche di classe e, guarda un po’, anche le prime della classe. Chissà come sono fatte le donne e Franca scommette che lei se lo farà, a dispetto di Sandra e Lella, che naturalmente non ci credono. I fatti non stanno proprio così, ma ho fretta di arrivare alla fine del racconto. Per esempio, bisognerebbe descrivere il sole che c’era quel giorno: dalle finestre dell’aula si vedevano le montagne dietro Bergamo, la Franca aveva avuto uno dei suoi momenti di entusiasmo (chissà com’è: alto, basso, muscoloso, con gli occhi che ti entrano dentro). Lei ha dei begli occhi, lo sanno tutti, “vi faccio vedere io come me lo faccio”, fin da bambina le hanno sempre detto “ma che bella bambina, come ti chiami?”; “vi faccio vedere io come me lo faccio”, che soddisfazione alla discoteca, lanciare sguardi ammiccanti al ragazzotto timido, quello ci pensa e ci ripensa, riesce ad alzarsi e a camminare (goffamente, è naturale, perchè tutti i ragazzotti timidi sono goffi, specie quando camminano), si fa avanti, “balliamo?”, e la Franca gli ride in faccia e, alle amichette, “hai visto che scemo quello là?”.
Dunque Franca deve conoscere questo lui.
Si fa accompagnare a casa del tipo dalla Sandra, e lo conosce: due o tre visitine ben distribuite nel tempo e ben calcolate, e ad ogni visita la scusa di un libro da farsi prestare, dimenticare a casa sua gli occhiali da sole o qualche altro accidente, piove e si fa prestare l’ombrello, e tanti altri pretesti per tornare.

Ma per tornare da sola, senza la Sandra.

E infatti, miodionnò, una domenica pomeriggio lui se la vede entrare in casa tutta sola, sedersi alla sedia vicino al letto e chissà cosa successe in quelle ore.

Infatti le pagine di diario parlano di tre ore indimenticabili, ma mancano i fogli riguardanti i giorni dal 22 maggio al 25 luglio. Anche qui devo interrompere la storia per rendere conto delle pagine di diario non si sa da dove venute.

Verso gli ultimi giorni di agosto camminavo per viale del Partigiano, sul tardi; ormai i ragazzi e le ragazze delle panchine erano tornate a casa, allorché trovai dei fogli di quaderno lungo la siepe proprio all’altezza della statua di San Francesco. Li raccolsi sporchi com’erano e li ricomposi: a parte alcune macchie giallastre e la polvere, erano ancora in buono stato: scrittura da studentello, ai bordi delle pagine molti disegnini senza senso, di quelli che si fanno durante una lezione noiosa. Ho rielaborato i fogli che vanno dal 4 al 22 maggio e ne è nata la storia raccontata fin qui. Inutile dire che ho cambiato nomi e date e che è impossibile ricostruire l’identità dello studentello da quanto qui narrato. Gli altri tre fogli sono datati 25 e 26 luglio e l’ultimo è del 27 agosto. Ecco il contenuto del primo di essi:

“25luglio. È inutile stare ad aspettarla. La voglio, può essersi dimenticata di tutto nel giro di pochi giorni, la cerco e la troverò anche in capo al mondo. Domani come prima cosa chiedo una bici in prestito e vado ad aspettarla alla SAME alle dodici in punto”.

Il giorno dopo non riuscì a trovare una bici, ma alla SAME ci andò lo stesso, a piedi. La Franca, appena lo vide, non riuscì a fingere di non vederlo, tentennò un poco nel dirglielo, ma gli disse che lei aveva chiuso con lui, sarebbe tornata solo per portargli la sua roba; e per farglielo capire meglio (visto che lui era sbalordito e tentennava a capire), al suo invito di salire almeno un istante da lui (come si fa a parlare a quattr’occhi in mezzo alla strada?), lei non solo non salì, ma basta con le chiacchiere. In poche parole lui salì da solo in casa, si stese sul letto, si fece uscire due lacrime delle tante che era riuscito a trattenere per strada e disse ad alta voce alla volta e alle pareti della stanza: “Basta con la Franca, con la Franca ho chiuso”.

Lei tornò, ma solo per riportargli l’ombrello e il libro che le aveva prestato.

I peli nel naso

Il signor Belfiore doveva alzarsi presto il giorno dopo e presto decise di andare a dormire. Ma ora vi spiego perché andò comunque tardi a letto.
Entrò nel bagno, si guardò nello specchio prima ancora di togliersi la giacca e vide il suo viso tutto oleoso. Era luglio ed d facile avere il viso lucido per il sudore che, dopo l’evaporazione dell’accadueò, lascia qualche decimillesimo di grasso su tutto il corpo. Oltre a lavarsi i denti, quella sera il signor Belfiore, per la prima volta in vita sua, si lavò la faccia prima di andare a letto, l’asciugò, si guardò bene nello specchio e vide che dal naso spuntavnno certi peli che, chissà perché, non aveva mai visto prima. “Ecco perché con le donne non ho più successo: chi viene a letto con dei peli che ti sbucano dal naso?”. Cercò le forbici e con la punta di quelle si mise a manovrare nelle narici. “Ma gli altri se li tagliano i peli nel naso? Claudio non l’ho mai visto alzarsi, lavarsi, farsi la barba e quindi tagliare i peli nel naso. Neanche Mario. E poi, ce l’hanno loro i peli nel naso? Ho sentito al bar: «Ehi, Tom, come ti sei rasato bene stamattina, che lamette usi?», mai che abbia sentito: «Non posso adesso, devo tagliarmi i peli nel naso.»”
Così pensava il signor Belfiore mentre tagliuzzava con sforbiciatine pericolose i peletti, che si appiccicavano tutti sulla punta delle forbici, si soffiava il naso nel lavandino per cacciare fuori quelli rimasti e quindi, che schifo, puliva la punta delle forbici che subito ripartiva per le narici.
Quando pensò che il taglio era completo, si guardò definitivamente: i peli si vedevano ancora. Come la stoppia dopo la mietitura, è vero, ma si vedevano. Si guardò da lontano: i peli non si vedevano, a meno che non alzasse il naso per aria e vi guardasse di proposito e aguzzando gli occhi.
Si spogliò, andò a letto e decise che il giorno dopo avrebbe guardato nelle narici della gente per vedere, se c’erano, i peli nel naso.
Ma il giorno dopo e anche i giorni successivi il signor Belfiore si dimenticò di guardare nelle narici degli altri e, ogni volta che i peli nel naso ricrescevano, prese l’abitudine di tagliarseli e di chiedersi: “Ma gli altri ce l’hanno i peli nel naso’? e così lunghi come i miei? Domani guarderò e vedrò”.

L’ubriaco

Il fischio della sirena non mi ha mai riguardato, né quello della polizia, né mai s’è incendiata la mia casa per chiamare i pompieri e tanto meno ho visto un’ambulanza in azione.
Eccetto la sera del 19 ottobre 1974, in casa De Ruggiero.
Quella sera c’era anche il figlio maggiore Pietro, l’unico che lavorava, mentre tutti gli altri non lavoravano mica: Marco era un barbone, capelloni e via di seguito, Rosaria, seni e viso incantevole, aveva già fatto qualche concorso per miss Lombardia, “risultata quinta”, così sussurrava orgogliosa la madre. Il signor De Ruggiero invece beveva e beveva, lui aveva fatto la guerra in Grecia e poi aveva lavorato in Libia, diceva che era ammalato e non gli passavano neanche i soldi per le sigarette e per qualche bicchiere di vino.
Entrai, salutai e mi accorsi che c’era aria di tempesta. Marco non c’era. C’era Rosaria, che aveva dato gli ultimi ritocchi al trucco e stava per uscire.
– Ora chiamo la polizia – , minacciò il figlio maggiore. Il signor De Ruggiero gli mollò un debole ceffone, il più forte che possa mollare un ubriaco malaticcio, e urlò alla moglie:
– Ecco, puttana, come dovevi educare tuo figlio mentre io ero in Libia.
Ma non finì di parlare, perché Pietro gli dette una spinta che lo fece cadere per terra. Si alzò e incominciò a urlare contro la moglie e, indicando la figlia,
– Eccola, la miss Lombardia che esce, chissà dove va, anche a lei hai insegnato a fare la p…
Ma Pietro lo interruppe con una sberla. Il signor De Ruggiero si schiantò contro il tavolo e in tutto il palazzo si sentivano le urla;
– Basta, basta -, urlava la moglie tremando con le labbra spalancate e minacciando con le mani il figlio e il marito. Ma Pietro la respinse sulla sedia e lei incominciò a tremare tutta, ma tremava talmente che tremava anche il tavolo su cui aveva appoggiato i gomiti. Io stavo lì a guardare e cosa potevo fare altrimenti? Tentai di calmare il tremito della signora, le detti un bicchiere d’acqua del rubinetto (“forse bevendo si calma un po’”), ma lei rifiutò il bicchiere e continuò a tremare più forte e a mordersi le labbra per trattenere il pianto. Così tentai di separare padre e figlio, ma, paffete, e mi trovai con gli occhiali rotti. A questo punto poggiai sul tavolo quello che restava degli occhiali, afferrai il figlio dal di dietro urlandogli di non fare il vigliacco dando ceffoni a uno che non ha neanche la forza di mantenersi in piedi. Ma il padre ne approfittò: arrivò addosso al figlio con un bastone. Piero non solo glie lo tolse di mano, ma lo prese per il petto (il signor De Ruggigiero ora sottile sottile) e lo portò come un manichino nella camera da letto, chiuse la stanza con la chiave e tornò in cucina.
Prima che iniziasse la lite, la palazzina risuonava di televisori accesi e di stereo ad alto volume; ma ora sembrava che il palazzo stesse zitto ad ascoltare.
Mentre la madre continuava a tremare sulla sedia, Pietro e Rosaria mi chiamarono in disparte e mi dissero piano piano:
– Senti, puoi farci un favore?
– Beh, dipende.
Quanto vigliacco fu quel dipende! Mai mi era capitato di dire un dipende così vigliacco.
– Senti, stanotte c’è il rischio che combini dei guai. È già successo che abbiamo dovuto chiamare la polizia, ma quella non ha potuto farci niente, lui non aveva praticamente commesso alcun delitto. Il medico ci ha detto che gli alcoolizzati li mandano al Paolo Pini. Puoi andare a chiamare l’ambulanza?
Uscii per telefonare. Ma che cavolo dire?
– Pronto, c’è un pazzo in via dei Platani, palazzina 8/b. È urgente.
– C’è un pazzo come?
– Beh, è terribile, trema tutto e l’hanno dovuto chiudere in una stanza.
– Veniamo subito.
E vennero, con l’urlo della sirena. Entrarono in cucina e chiesero se fosse quella là, indicando la signora che traballava sulla sedia.
– Ma no! -, facemmo in coro io, il figlio e la figlia; e li accompagnammo sulla porta della camera da letto. Aprirono con precauzione, entrarono e lo trovarono che gemeva disteso sul letto. Lo presero e lo portarono via.
Il signor De Ruggiero, appena li vide, in camice bianco, sbarrò gli occhi e chissà cosa voleva urlare alle galassie. Ma stette zitto e nessuno di noi senti nulla, anche i televisori del palazzo tacevano, fino a quando l’ambulanza lanciò di nuovo il suo urlo.

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